Intervista a Mercedes Bresso, parlamentare S&D

, di Riccardo Moschetti

Intervista a Mercedes Bresso, parlamentare S&D

Nel giugno 1979 i cittadini europei vennero chiamati al voto in occasione della prima elezione diretta del Parlamento Europeo. Il 62% degli elettori si presentarono alle urne, ed elessero 410 eurodeputati. Molte cose sono cambiate in questi quarant’anni. Un dato in particolare, però, sembra indicare una tendenza indirettamente proporzionale: ad ogni successiva elezione del PE, benché aumentassero gli elettori, l’affluenza alle urne è sempre diminuita fino a raggiungere il preoccupante dato della scorsa votazione del 42% degli aventi diritto.

Questo numero sembra ancora più preoccupante considerato il processo che i partiti politici europei o meglio, solo alcuni di questi, hanno portato avanti per avvicinare le istituzioni europee e le loro policies ai cittadini. Mi riferisco all’introduzione del sistema dello ‘Spitzenkadidaten’ avvenuta proprio 5 anni fa. Sebbene questo strumento non aveva come priorità quella di aumentare l’affluenza, raggiungere questo obiettivo come conseguenza dovuta alla ‘popolarità’ che i candidati alla Commissione europea espressi dai partiti politici europei avrebbero ottenuto era previsione, e aggiungerei speranza, di molti. Secondo lei quali sono i limiti attuali del ‘sistema’ delle elezioni per il Parlamento Europeo e quali sono le modifiche che si auspica che possano venire realizzate entro la fine della prossima legislatura?

Dal 1979 a oggi il mondo è cambiato radicalmente e la partecipazione al voto è diminuita ovunque, in Italia un po’ di più. Non si possono dunque fare comparazioni. Io credo che la responsabilità di tutto ciò sia da attribuire a Stati e a partiti politici che non hanno mai fatto una vera e propria campagna elettorale in chiave europea. Le campagne elettorali per le elezioni europee spesso sono improntate su temi nazionali. Io credo invece che i parlamentari europei debbano essere eletti per occuparsi di Europa e degli interessi europei.

Uno dei modi per invertire questa rotta è stata l’introduzione dello Spitzenkadidaten, ma in Italia, per esempio, i partiti tradizionali non parlano mai in chiave sovranazionale. Quante volte avete sentito nominare Manfred Weber da Antonio Tajani? Per quanto riguarda la legge elettorale, abbiamo provato a modificarla già in questa legislatura. Abbiamo fatto un tentativo con un testo moderato che avrebbe voluto inserire le liste transnazionali e lo Spitzenkadidaten, per esempio. Una delle indicazioni che siamo riusciti a far approvare è quella che prevede che i partiti politici nazionali debbano affiancare durante la campagna elettorale, al proprio simbolo, anche quello del gruppo al quale aderiranno. Al momento però è stata poco recepita. È evidente che l’obiettivo è approvare una legge elettorale unica in tutta Europa. Al momento la situazione è troppo frammentata. Un esempio? Non ovunque i candidati si eleggono con le preferenze.

La presenza dei partiti nel sistema politico europeo è ‘straordinaria’: si tratta, infatti, del primo caso in cui i partiti nascono prima dentro le istituzioni (con la presenza dei gruppi politici nel PE) e, successivamente, si rivolgono all’esterno ai cittadini e alla società civile. Questo ha reso, e rende tutt’ora, le confederazioni partitiche europee un soggetto debole, il più debole. Non possono finanziare direttamente i candidati negli Stati membri, non possono avere voce in capitolo circa la loro nomina, non deliberano documenti vincolanti per i partiti politici nazionali. Addirittura, i Trattati non prevedono nemmeno che la loro mission sia candidarsi alle elezioni, ma semplicemente ‘esprimere interesse per le politiche dell’Unione europea e avere l’intenzione di parteciparvi’.

In questa legislatura si è cercato di modificare la composizione delle liste elettorali degli Stati membri, attraverso la proposta delle cosiddette liste transnazionali. Proposta che poi è stata affossata dallo stesso PE. Non sarebbe bastato un impegno maggiore da parte dei partiti politici europeisti per inserire, ad esempio, almeno 1/3 dei candidati scelti dalle confederazioni politiche europee di una cittadinanza diversa da quella dello Stato in cui vengono presentati? Inoltre, cosa ne pensa di introdurre una sorta di ‘primarie europee’ per permettere ai cittadini di eleggere il loro Spitzenkadidaten senza invece lasciare carta bianca ai congressi delle confederazioni in cui i partiti con più consensi decidono per tutti?

I partiti politici europei sono deboli, ma lentamente stanno cercando di rafforzarsi. Mi vengono in mente tutte le innovazioni che sono state introdotte per unire: i congressi dei partiti politici europei, il manifesto, il candidato Presidente e anche il programma elettorale unico del partito politico europeo. Inoltre, badate bene, sempre più spesso i deputati in aula seguono le indicazioni di voto del gruppo. Da questo punto di vista un rafforzamento dunque c’è.

È vero che le liste transnazionali avrebbero dato ancora maggior forza al candidato Presidente della Commissione europea e ai partiti stessi, ma come avete giustamente messo in evidenza non siamo riusciti a farle approvare. Credo per paura. Gli Stati più piccoli hanno avuto timore che le liste transnazionali avrebbero dato ulteriore spazio agli Stati più grandi come Germania e Francia. Nella prossima legislatura questa battaglia andrà ripresa, ma con una proposta che dia garanzie ai piccoli Stati su questo punto.

Queste elezioni europee rischiano di vedere i nazionalisti uniti per distruggere l’Unione dall’interno. Dopo la tornata elettorale, immagina la possibilità di costituire un fronte unito di europeisti e federalisti? In questo caso, quale pensa sarà il ruolo del prossimo Parlamento europeo? Potrà finalmente essere una legislatura costituente?

Per creare un fronte unito di europeisti e federalisti sarebbe necessaria l’elezione diretta del Presidente della Commissione europea. E questa è la nostra proposta. Per farlo però è necessario riformare il sistema nel suo complesso perché un Presidente eletto direttamente ha senso solo se ha anche poteri forti da esercitare. Per questo è necessario anche che il Parlamento europeo e il Consiglio abbiano parità di poteri e che il Parlamento europeo abbia potere legislativo. Il contesto deve però essere più saldo. Se questo avverrà, bene all’elezione diretta del Presidente della Commissione europea.

Il rapporto Bresso-Brok è uno dei più completi lavori su cui il Parlamento ha deciso di impegnarsi. La visione federalista nel documento è facilmente individuabile. Quanto pensa sia importante dopo le elezioni, riuscire a individuare un gruppo di lavoro che porti avanti gli obiettivi che non sono ancora stati raggiunti ? Crede che, al momento, si possa individuare un ‘Gruppo Spinelli’ anche all’interno del prossimo Parlamento europeo?

Credo che si possa individuare un Gruppo Spinelli anche all’interno del nuovo Parlamento europeo. Il candidato alla Presidenza della Commissione europea dovrà essere colui che sarà in grado di creare una maggioranza attorno al proprio programma e dentro al programma di maggioranza possono esserci elementi federalisti costituenti. Se le forze politiche europeiste usciranno dal voto di maggio con un risultato forte, allora si potrà pensare a uno scenario del genere. In ogni caso, per pensare a una legislatura costituente ci vuole una maggioranza europeista forte.

Fonte immagine: Wikimedia.

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