Dalla guerra in Siria al ritorno dell’antisemitismo: il pesante costo della non Europa

, di Giulio Saputo

Dalla guerra in Siria al ritorno dell'antisemitismo: il pesante costo della non Europa

La crisi della civiltà europea è sotto il nostro sguardo ogni giorno, possiamo pure fingere di non vederla, ma lei resta lì. Si compone di piccoli, grandi, eventi che ci tengono impantanati in una vuota routine quotidiana o in uno stillicidio di piccole tragedie che a malapena ormai sono capaci di impressionarci o di indignarci.

Non per più di poche ore.

Come per tutte le cose, se nessuno si batte realmente per rompere questa impasse, la crisi farà il suo corso, portandoci verso un inesorabile declino.

Un declino, un imbarbarimento collettivo (già ben avviato) che riguarda le relazioni, le istituzioni, la società e le persone.

Basti guardare a quel che succede intorno a noi, ne è una rappresentazione l’incapacità delle istituzioni nazionali e sovranazionali di intervenire efficacemente rispetto alle problematiche messe in moto da un mondo globalizzato, ma ancora senza governo. La stessa crisi dei valori e degli ideali che stanno dividendo la nostra comunità è l’altra faccia di questa crisi, col ritorno del nazionalismo, della xenofobia, del razzismo, dell’antisemitismo.

Una crisi interna ed esterna; materiale e spirituale.

L’incapacità di intervenire in Siria (dopo 8 anni di guerre e centinaia di migliaia di morti e milioni di rifugiati) è la stessa colpevole impotenza che ci vede trattare coi mafiosi per tenere dei campi di concentramento a pochi chilometri dai nostri confini esternalizzando i costi umani dietro il paravento di un realismo crudele. Rifiutare di impegnarsi per affrontare queste sfide, il compromettersi fino a non riconoscersi, porta a chiederci cosa significhi davvero l’essere europei per il mondo.

D’altra parte, invece di risolvere il problema delle periferie, il tema dell’inclusione e dell’educazione alla cittadinanza multilivello abbiamo accentuato la profezia autoavverante della guerra tra poveri. Invece di elevare la democrazia l’abbiamo abbassata alle pulsioni dell’elettorato, assecondando la delegittimazione delle istituzioni già in crisi (ormai siamo passati anche a quelle nazionali, ben oltre l’evergreen «ce lo chiede l’Europa»), le derive anti-autorità e quelle anti-scientifiche. Infine, la presa in giro, la delegittimazione o la strumentalizzazione dei ragazzi che si preoccupano dell’ambiente perché iniziano a preoccuparsi per il proprio futuro è stato solo il segnale ulteriore di una classe dirigente diretta da interessi terzi o dalla sola paura di non esser rieletta.

Nascosti dietro l’emergenzialismo o la difesa dello status quo non abbiamo mai affrontato i problemi strutturali di questo «interregno» che stiamo vivendo.

Le cose sono due: o l’Unione europea cambia nei prossimi anni per se stessa e per il mondo o scomparirà dalla storia con tutto quel che può significare per l’umanità.

Significherebbe perdere una civiltà nata dalle ceneri della II GM che si fonda sulla stessa idea di civilizzazione, sulla pace, sui diritti umani, sull’interculturalismo come processo «dell’unità nella diversità», sullo sviluppo sostenibile, sul rifiuto del «cuore di tenebra» del proprio passato razzista e autoritario, ecc.

Se è vero che la barbarie consiste nel “non riconoscere l’umanità degli altri, mentre il suo contrario, la civiltà, è precisamente la capacità di vedere gli altri come altri e ammettere nello stesso tempo che sono umani come noi. (…) La civiltà non è il passato dell’Europa, ma grazie alle scelte compiute dagli europei potrebbe essere il suo avvenire” (L’identità europea, Todorov)

In questo senso, come federalisti chiediamo che Parlamento europeo e Commissione non si limitino ad un piano di rilancio delle politiche a 360° (determinante), ma che prendano seriamente anche la proposta di iniziare un processo costituente attraverso la «Conferenza sul futuro dell’Europa»!

Siamo federalisti perché siamo convinti che per portare dei valori nella storia serva la Politica, per farlo sul piano nazionale, continentale e globale servono però inevitabilmente anche le istituzioni.

Perché crediamo davvero che «unire l’Europa per unire il mondo» non sia solo uno slogan, ma un concreto progetto politico per dar un governo democratico alla globalizzazione. La nostra è la speranza per un mondo fondato sull’umanità e sulle persone per cui vale davvero la pena lottare, una concreta risposta ai mostri e al deserto post-ideologico da cui siamo circondati.

Fonte immagine: Needpix.

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